Empatia: quanto possiamo davvero metterci nei panni degli altri?
Leggere “L’empatia è politica. Regole sociali e biologia dei sentimenti” della biologa e psicologa franco-libanese specializzata in neuroscienze Samah Karaki, pubblicato in Italia da add editore, significa ridimensionare l’idea che l’empatia sia una sorta di “soluzione miracolosa” in grado di cancellare ingiustizie e polarizzazioni. Il punto di partenza è proprio la difficoltà di definire un concetto che attraversa un gran numero di discipline, dalla filosofia alla psicologia e alle neuroscienze fino alle scienze sociali e che, proprio per la sua apparente familiarità, rischia di essere dato per scontato. Il saggio parte dall’etimologia della parola stessa, passa attraverso la disamina del pensiero dei grandi filosofi e gli studi degli psicologi dello sviluppo e della psicologia sociale, arrivando a una ricostruzione più vicina a noi del significato di questa parola.

Innanzitutto, come afferma l’autrice stessa nella prefazione, è “una capacità dalle risorse limitate, distribuita in base al carico mentale e fisico dell’individuo, alle sue predisposizioni genetiche e alla prossimità sociale, geografica, culturale e affettiva con l’altro”. In tutto questo la politica, la sanità, la scuola stessa possono contribuire a preservare o a ostacolare lo spazio mentale necessario all’empatia. Non sorprende, allora, che anche le condizioni sociali e culturali, così come le appartenenze e le convinzioni politiche, possano influenzare il modo in cui distribuiamo la nostra attenzione e la nostra capacità di comprendere e sentire l’altro, nonostante l’empatia rappresenti o dovrebbe rappresentare “la base della legittimità di uno Stato e dei suoi valori morali”.
Per non parlare, inoltre, dei media, e ci torna alla mente ciò che ha ben scritto anche Susan Sontag nel suo saggio Davanti al dolore degli altri oppure le parole di Virginia Woolf, “Vediamo se, guardando le stesse fotografie, proviamo gli stessi sentimenti”. Ma a chi sono indirizzate queste immagini? E soprattutto, chi riesce davvero a riconoscersi nel dolore che rappresentano? Naturalmente per ognuno avranno una connotazione e un significato diverso, in base alla propria cultura e alla propria identità. È proprio la visibilità del dolore, e il modo in cui viene costruita e ripetuta, a contribuire alla nostra percezione della distanza o della prossimità degli altri. Quale è il valore etico di ciò che ogni giorno ci viene mostrato? Come reagiamo davanti a questi dolori che non ci appartengono ma che sentiamo comunque vicini?
“I comportamenti empatici rendono più saldi i rapporti sociali e migliorano la vita comunitaria…”, c’è comunque una “ma”, che mostra e dimostra l’inaffidabilità e l’imprevedibilità dell’empatia: ci commuoviamo per ciò che è vicino, narrabile, familiare o che sentiamo a noi in qualche modo affine, mentre restiamo anestetizzati davanti a catastrofi sistemiche o a migliaia di morti che per noi sono anonimi e il volume illustra minuziosamente questi esempi. Tante nostre facoltà ci aiutano a comprendere le situazioni altrui, ma restiamo comunque selettivi verso coloro con cui riusciamo più facilmente a identificarci o verso coloro che percepiamo come appartenenti al nostro stesso gruppo, mentre possiamo arrivare a non provarne affatto verso chi riteniamo essere un nostro “avversario”. L’empatia, dunque, può avvicinare, ma può anche essere selettiva e persino rafforzare le distanze quando la prossimità, la familiarità o l’appartenenza diventano il criterio con cui scegliamo verso chi rivolgere la nostra attenzione. Alla luce di tutto questo è normale voler ancora fondare la nostra morale sull’empatia?
All’empatia sono correlati altri concetti che la precedono, la seguono o la completano, concetti qui spiegati e analizzati in modo minuzioso e che ci portano a riflettere. Karaki non invita semplicemente a rinunciare all’empatia, ma a riconoscerne i limiti e a interrogarsi su ciò che può sostenerla, orientarla o compensarne le inevitabili selettività. Ecco perché questo saggio ci fa riflettere molto sul valore delle parole ma soprattutto sul valore dei fatti: non basta sentire il dolore dell’altro perché da quella emozione scaturisca necessariamente una risposta giusta.
Marianna Zito